Noi poeti laureati quando incontriamo poeti diplomati vinciamo facile

Secchiona di merda

*Poesia nella quale il poeta interroga gli alunni  ascopo di vessazione

Segnati tutto
le cose che dico, le cose che faccio
le cose che penso, le cose che mangio
scriviti tutto su un blocchetto

duecentosei pagine
scritte in piccolo
un blocchetto coi fogli incollati
sul dorso
che se tiri di più si staccano a pezzi
si spezzano a mezzo
come un mattone

e tu staccali, spezzali
facci cartacce
lasciali in giro come ciuffi di polvere
lascia che gli altri li prendano a calci

e quando hai finito tutto il blocchetto
chiudi gli occhi, concentrati bene
e poi amami a mente
quello che ti ricordi

e se non ti ricordi
mi prendi da parte e mi dici
guarda, questa la so, solo che adesso ho un vuoto di mente
io ti boccio, ti strillo,
ti dico vergogna,

e poi dopo
ripeti l’anno
ti do un nuovo blocchetto
per farti annotare
le cose che faccio, le cose che dico
le cose che spando, le cose che spacco

ma tu, vai tranquilla,
amami a mente
secchiona di merda
tanto lo sai che alla fine
ti boccio.

2 weeks ago il 10 di January del 2012 alle 14:55 | Permalink

Tleng

*Poesia nella quale il poeta spara a Juri, in giù, per vedere che fa

Se getti un sasso
in un pozzo
per qualche motivo, non che debba farlo
ma se ti trovi lì
con una pietra
e la getti in un pozzo

per un po’ non succede niente
poi fa toc
se non c’è acqua

splof
se c’è acqua

tleng
se c’è della roba di metallo

e tu
che senza alcun motivo,
in quel sopra di silenzio doloso,
non aspettavi altro.

2 weeks ago il 10 di January del 2012 alle 14:54 | Permalink

Mucche

*Poesia nella quale il poeta scafandra le pareti del cervello per ottenerne una grappa di cose

Imparo la malinconia muta
delle mucche
e degli altri animali
da sugo.

Succhio la vita
ma stai zitto imbecille
la vita non si succhia
non è né un calippo
né quel peggio
nonenné
quel porco che avete in mente
la subisco invece
la subo
sudo la vita residua
come un metalmeccanico al secondomila turno
quando la moglie torna
e non ha mica un amore eterno
no
ha una cosa tipo
tassotti
ma eterno
il bene stupido
che torna la sera e si presenta
per bene, stupido

me la merito la malinconia?
dove si pagano le tasse del bene assolto?
il mai, come si costruisce
un mai buono?

Imparo la malinconia,
suca,
le mucche
e gli altri animali
da muto.

1 month ago il 15 di December del 2011 alle 15:14 | Permalink

lostofando:

Ti ricordi
quando ti giravo intorno
come sembravo
come rapito e se vogliamo perso
quella volta che ti vidi
intorno
pensai
che tu ERI la donna con il bene più mediamente distribuito
dentro e nelle immediate vicinanze
cercai a baciarti la guancia
tu mi dicesti aspetta
la guancia no
la guancia, di…

3 months ago on October 5th, 2011 at 3:49 pm | Permalink | Reblog from

Quattordici volumi

*Poesia nella quale il poeta tratta con agenti di commercio monomadatari al fine di ottenere sostanziosi sconti di pena

No no no no no no
no no no no
no?
No
no non lo colgo l’attimo

solo tempi complessivi
quinquenni
e le piccole cose, per l’amor della madonna, no
solo cose gigantesche, megatroni di bellezza narrativa

non il sorriso di un bambino
ma settemilanovecentosedici
settemilanovecentosedici di numero
non uno di meno
con delle casacchine uniformi neroblù e un numero progressivo sulla schiena
ciascuno sorridente di burocratica serenità
e se
bada bene, se
dei settemilanovecentosedici bambini sorridenti
uno solo dovesse accennare ad un velato sguardo di tristezza esistenziale
via
basta
si rifa’ tutto, da capo
caricate i bambini sui furgoni e portateli via

e un fiore giallino che sboccia nel prato
no
l’Asia minore almeno, fiorita a cose colorate
e un motore di ricerca
per cercare ogni petalo per data, per nome, per colore,
per motivo e ragion sufficiente,
oppure meglio il deserto eterno
del triste qualsiasi e naturale

ogni attimo presente, la bellezza in ogni infinitesimo splendore
nononò
anzi
se ripassa il rappresentante mandatario delle piccole scintille di bellezza
gli sparo le cervella
col fucile da caccia a pallettoni per cinghiali

e se torna ancora,
ditegli che gli apro
ma deve venire presto, prestissimo, una domenica mattina, alle sette, sette e un quarto
e solo se mi porta,
magari nel retro di un furgone per traslochi
insieme ai fiorellini e ai lucci argentati,
un’enciclopedia illustrata in quattordici volumi
col dettaglio sistematico
della mia felicità.

4 months ago il 16 di September del 2011 alle 16:18 | Permalink

Chi morde e chi ingoia

*Poesia nella quale il poeta distribuisce i compiti alle cose cannibali e a quelle mangiate

Gli occhi dovrebbero guardare altri occhi
soltanto

i calci scalciare altri calci
i pugili dar pugni sui pugni, alle nocche,
le bocche mangiare le bocche
così, come è giusto
coi denti
si masticherebbero denti, e lingue leccherebbero lingue

ogni trasgressione sarebbe severamente punita
metteremmo su un comitato di saggi
i probiviri, potremmo chiamarli
e punirebbero ogni abuso, ogni vergognosa contaminazione
bocche che mangiano pane, labbra che baciano mani, mani che prendono occhi
occhi che, di nascosto, scrutano labbra che baciano occhi
e i trasgressori, li metteremmo in galera a scontare la pena
e in questo sarebbero pena essi stessi, altrimenti sarebbe sbagliato

di fuori un ordine rigorosissimo
sarebbe bellissimo
ciascuno sapendo le cose da fare
leccare le lingue, abbracciare gli abbracci, picchiare fortissimo manganelli e bastoni
sparare pistole, sputare agli sputi che sputano sangue,
e sangue alle bocche che mangiano cuori
e polmoni che pòlmano polmi sbuffando sudore
di aria, ossigeno e fiati di rose
che pungono rose
morte d’amore per cose incredibili, fatti di sangue, di lotta, di pianti
pianto che bagna non occhi, ma pianti

e gli occhi saprebbero, ma non farebbero nulla
fisserebbero occhi, impotenti, per ore
e di sotto la bocca mangerebbe la bocca
masticando le labbra, i denti
e la carne scoperta che brucia la carne
masticando la bocca, se stessa, quell’altra,
mischiando la lingua tra i denti,
senza distinguere chi morde e chi ingoia
una roba di incastri e di bocche ferite
di sangue che cola sul sangue che impasta

di baci che, con le bocche distrutte
continuerebbero a fare solo il loro dovere.

6 months ago il 1 di August del 2011 alle 16:38 | Permalink

Teorema

*Poesia nella quale il poeta prende la calcolatrice regalata dal governo, quella azzurrina, e calcola occhi per occhi per tre e quattordici

Io però penso a questi addendi,
questi addendi che si scambiano di posto, girano,
ci provano ancora,
e niente,
non cambia.

Questi addendi pieni di speranza, con gli occhi lucidi
che ci provano sempre,
e niente,
il risultato diocane
non cambia.

E io
ogni mattina
esco di casa
cammino e mi guardo i piedi
i piedi mi guardano, niente
io li guardo e spero che un giorno mi dicano
tranquillo, ci abbiam pensato noi
abbiamo parlato coi cateti
è tutto apposto
l’area del quadrato
quello costruito sull’ipotenusa, ti ricordi?
quell’area lì
è equivalente alla somma delle aree dei quadrati
costruiti su di loro

ma va bene
a loro sta bene così
tranquillo

e invece no
io la mattina esco, cammino e mi guardo i piedi
e non parlano
e l’ipotenusa non so come sta
cosa pensa
e i cateti, se sono felici
se mi odiano, se mi pensano, cosa ne sarà di noi,
e i quarantaquattrogatti col resto di tre, gesu cristo, ognuno col resto di tre
un gatto non ce la fa a portarsi dietro il resto di tre
è un gatto, non una diligenza
e allora mi scansa, pure il gatto, col resto di tre

non è possibile – nemmeno in linea di principio – realizzare una macchina termica il cui rendimento sia pari al 100%
e nemmeno un gatto, o la felicità di un corpo in movimento

e cammino
per far vedere che cammino, come una bisettrice che tanto
dove vuoi che vada?
con l’area del quadrato sulle spalle
di quel quadrato tirato su
a fango, sabbia  e a tempo consumato

sul piano dei miei occhi
che sono pari
al peso
del liquido
sputato.

6 months ago il 14 di July del 2011 alle 4:21 | Permalink

Le code

*Poesia nella quale il poeta se ne va affanculo come certi lembi di certe bestie, naturali

Cosa diranno i dinosauri di noi
quando saremo lì
e gli zombie
cosa diranno gli alieni
e le lucertole senza coda
cosa diranno?

I dinosauri
ci rinfacceranno seicentomilioni di anni, in attesa
gli zombie la morte
le lucertole senza coda
la coda

ci guarderanno coi loro occhi di apocalisse naturale
le foreste appassiranno
i mari scenderanno giù giù per il buco del mondo
non diranno nulla
i dinosauri, nulla
raccoglieranno i loro anni estinti, coi loro quattro ricordi preistorici
raccoglieranno, spinose, le code

e le lucertole, per questo, non sentiranno alcuna nostalgia.

7 months ago il 13 di June del 2011 alle 18:42 | Permalink

Nessuno ha mai scritto una cazzo di poesia western

*Poesia nella quale il poeta, stanco del cinema muto, affronta il delicato problema dell’estinzione

La diligenza corre come un sasso,
uno stormo di cavalli intenti
nitrisce verso Brownwood
la banda di Wilcox ha nascosto le casse di armi
in quella vecchia miniera abbandonata

prima che il sole torni alto
saranno polvere e vite mozzate, cavalli impazziti
dollari
dollari impolverati, whisky, una montagna di dollari
per quel senz’anima di Wilcox.

Prima che il sole torni alto.

Ma dopo,
una moltitudine di indiani non protagonisti
la sera
si tolgono la penna e la ripongono in un fazzoletto
gli sceriffi si lavano i denti
tu mi dici mai più, in un’altra scena

quel bastardo di Wilcox si guarda allo specchio
e capisce, in un luccichìo del suo dente d’oro,
che mai più
lo puoi dire se,
solo se, quando gli indiani sono diventati delle pippe,
tu c’eri.

7 months ago il 6 di June del 2011 alle 11:45 | Permalink

Il fuori

*Poesia nella quale il poeta contatta il dirigente dell’uffico tecnico del Comune per avere notizie circa un campo demaniale seminato a fiori allucinogeni

In primavera entrano i pollini
dalle finestre
come delle vongole sgusciate volanti
vongole piccole
sgusciate volanti

le guardi dal letto
e (capita che)
i pollini entrano
dall’entrata di te

- come le navicelle in quel film in cui le navicelle devono entrare nella supernavicella aliena per iniettare dei virus e salvare il pianeta -

e tu
giorni dopo
non starnutisci
nemmeno ti gratti
non sarà un’allergia
e nemmeno il tempo che passa a memoria e ti lascia la faccia rigata sul mio petto
dicevo, non è un’allergia

non starnutisci, no
cosa fai? partorisci
ti viene la pancia, il vestito a bretelle e la faccia
e ti viene un calore
partorisci, davvero, tipo le mamme

le vecchie signore accorrono pronte
ti bagnano il collo,
tu ridi contenta
la fronte, le stille, le mamme di generazioni di ere passate, i panni, le porte
sbattute

l’entrata di te
si copre di fiori
che volano fuori
un tappeto di fiori
le vecchie signore
miliardi di rime che rimano in -ore, in -ori, in petali gialli
è facile la rima in -ore, lo so
tu prova a trovarmi una rima in -petaligialli
non c’è

l’entrata di te si richiude
di fuori un miliardo di fiori
sul tavolo della cucina
e tu con lo sguardo felice
scopata una volta dai fiori
mamma di petali gialli, rime impossibili
colori volanti

nel fuori pauroso del fuori di te.

8 months ago il 7 di May del 2011 alle 13:01 | Permalink