Noi poeti laureati quando incontriamo poeti diplomati vinciamo facile

Martina

Questa non è una poesia, è una nota a una poesia vera, una delle più belle di Guido Catalano, Grazie Martina che mi (qui il testo). E’ un omaggio quindi, un grazie, un dopo,  che è venuto su da un’idea di quest’omino qui, che ha sempre delle idee in testa. Qui tutto il carteggio. Prima andatevi a leggere la poesia, poi tornate qua.

In quel vuoto ci sta un sacco di bella roba.
C’è Martina che era scesa dal treno, qualche stazione prima,
e il suo moroso ha aspettato che scendesse, perché si vergognava di scriverle a spatascio.
C’è il moroso che la ringraziava, ma per quella cosa lì,
quella che per Martina era una sciocchezza
e che invece per lui no,
e allora ha lasciato perdere di scriverla, a metà.

C’è Martina che l’ha,
quando lui ormai non ci sperava più e allora lui s’è messo lì, a ringraziarla,
come un di più.
E sì che invece non è una roba da dover dare dei ringraziamenti,
c’è gente che la, che lo, tutti i giorni, in ogni tristissimo regionale Trenitalia,
e nessuno dà dei premi, o delle pacche sulle spalle, per questo.

C’è il suo moroso che, dopo aver rimesso nella tasca del giubbino il pennarello, ha riletto per qualche secondo quella cosa,
lì come uno taglio sul tabellone,
e ha pensato va là che testa di cazzo, innamorarsi in movimento.

C’è Martina che la mattina dopo è risalita a Chivasso e ha letto quella roba
e ha pensato chissà per chi è, e che vuol dire, e poi e passata oltre.

C’è il suo moroso, che moroso non è mai stato,
che ogni tanto ripensa a tutte le scritte lasciate in quello e in altri treni,
grazie Martina che mi, ti prego Martina dimmi che, va bene Martina ma non, fanculo Martina però.

C’è Martina che in fin dei conti è un treno pure lei, e tutt’intorno ha pareti, non ha muri, né alberi infiniti,
e le pareti si muovono veloci,
si appoggiano per 3 minuti alle stazioni e la gente ci appiccica due sguardi sconsolati di trasbordo.

Ci sono i pendolari che ancora guardano nel vuoto e per la tristezza spaventosa di aver sbagliato vuoto
hanno scambiato gli occhi con dei tappi zigrinati di acqua minerale.

Ci sono quei due seduti di fronte che quel vuoto l’hanno arredato e a loro,
santi e papi di un’altra chiesa, sta bene così.

C’è lui che il resto l’ha scritto su un foglietto e l’ha buttato vicino alla tazza del cesso,
e chi l’ha raccolto ancora si chiede dov’è-com’è che è esplosa tutta quella baraonda di antigienica felicità,
e perché.

C’è Martina che il finale ce l’ha messo a baci piccoli e a occhi di contentezza,
come le poesie che finiscono col trucco.

C’è Martina che invece non ne sa niente, e lui che avrebbe voluto dirglielo per bene,
con un deragliamento nucleare di vagoni,
ma se la frase la finisci poi dopo è solo letteratura.

E la letteratura è per il dopo, quando il treno arriva da qualche parte in Brianza e il concerto dei nervi del corpo, come per pudore,
smette di.

1 year ago il 21 di March del 2013 alle 5:08 | Permalink

Caro Gesù

*Poesia nella quale il poeta trova un’alternativa pedoletteraria a babbo natale per inoltrare rimostranze circa questa merda che c’è

Caro Gesù
non ti chiedo mai niente
non ti chiedo niente nemmeno questa volta
tanto esisti abbastanza poco
volevo solo dirti una cosa,

vedi le lucine di Natale? Sembrano occhi
che si aprono e si chiudono
e questa, checché tu ne dica, non è una cosa bella
è una cosa triste
io li avrei lasciati sempre aperti
per il mio compleanno
e poi vedi il bambinello steso nella mangiatoia? Sembra piccolo, ma
lo sai tu e lo so io,
verso aprile è già un signore di mezza età
morto di quasi primavera,

e poi vedi che disastro? Lo vedi che disastro? Tu non sei nato a luglio
se fossi nato a luglio
ora che è dicembre
avresti meno voglia di salvare i pianeti
tristi come il mio

Caro Gesù,
son trent’anni che è finito il Natale

le lucine e i bambinelli
intermittenti

avrebbero anche rotto
i coglioni.

1 year ago il 23 di December del 2012 alle 5:38 | Permalink

L’infezione

*Poesia nella quale il poeta allestisce una mostra personale di scatti su carne inaugurando il movimento suppurealistico della piovart

Guarda,
nelle pareti della mia gola
ho attaccato duecentosedici foto
e relative cornici
il grosso problema è stato trovare i chiodi da gola
ho chiesto al rivenditore che aveva trattato l’affare
crocifissione
per il cliente Figlio di Dio

son piccoli chiodi che entrano lacerando
e che formano dei buchi
dai quali è bello veder piovere
cose mangiate,

sono piccoli chiodi che infettano e lasciano crosticine purulente
giallicce
che è molto bello veder infettare,

ogni foto nella parete della mia gola
è un’infezione
ogni buco è una pioggia
guarda pure,
la gola è fatta a cannocchiale
è chiaramente fatta per guardare
ricorda
la gola è fatta per far passare, transitare, circolare
non c’è niente da guardare,

spacca tutto, cancella, devasta
la gola è fatta per mischiare,

dal rivenditore che aveva trattato l’affare crocifissione
fatti dare un bastone,
ma vedi di fare un lavoro pulito
impara
come fanno i ricordi
l’esercizio della pioggia e dell’infezione.

2 years ago il 19 di September del 2012 alle 6:59 | Permalink

Il problema di scrivere poesie

*Poesia nella quale il poeta acquista una carabina Beretta e poi va a terminare il lavoro

Il problema di scrivere poesie
è che devi essere lì quando passano

non è come nella caccia alla beccaccia,
che puoi andare in giro, magari rubi la frutta ai contadini, prima o poi scovi una beccaccia e, con comodo, la massacri,
no
devi fare il capanno
come nella caccia al colombaccio

le poesie sono specie migratorie
in Africa dev’esserci un lago in cui si ritrovano le poesie,
gli gnu le aspettano tutto l’anno
poi verso maggio le poesie arrivano
stanche, ma tranquille
si posano sulle rive e depongono le uova
gli gnu le guardano e muoiono nel lago,
per lo stupore, l’emozione,
la scientifica dice addirittura si tratti di suicidi di massa, rituali
gli gnu sono animali
intelligenti
muoiono contenti, soddisfatti

il lago delle poesie, ora che è giugno, dev’essere bellissimo
pieno di cadaveri
di gnu.

2 years ago il 20 di June del 2012 alle 18:18 | Permalink

Ho paura del buio ma d’altra parte Leopardi aveva paura dei sottomarini

*Poesia nalla quale il poeta si rifugia nel misterioso nero del suo di là

A parte questo
non ho paura di niente
l’uomo nero, no
la morte, no
la peste medievale, no
i ragni, anche pelosi, no

il buio, sì
ma d’altra parte Leopardi aveva paura dei sottomarini.

Della solitudine, no
anzi della solitudine ho il contrario di paura
qual è il contrario di paura?
Paura, sostantivo femminile, contrari: serenità, tranquillità, calma, coraggio, audacia
Coraggio?
Ho coraggio della solitudine
ho l’audacia della solitudine
e la tranquillità dell’uomo nero
ma del buio no
nemmeno se sono solo, al buio

perché nel buio le librerie confinano con l’ignoto
i grandi non hanno paura del buio perché sono pazzi,
quelle stesse librerie che normalmente confinano con l’armadio
ecco, al buio confinano con i lupi siberiani, con l’adolescenza e i cani, con le seppie e piselli
ma, soprattutto, col buio

l’infelicità del piede che sbatte
sta tutta nella delusione
pochissimo nell’alluce

le cose che succedono al buio nessuno le sa
la mamma, nemmeno la mamma, le sa
figuriamoci il dio degli eserciti
le librerie forse sì, ma come cazzo ci parli con le librerie?
Le librerie non hanno paura del buio perché sono pazze.

Vorrei confinare con un armadio
o un mare Adriatico
vorrei essere come la Slovenia, per una volta
e avere un profilo geografico certo
un altrove declinante a sud ovest
una forma accettabile
conosciuta, senza alluci sporgenti né progetti confusi
che se spegni la luce confini lo stesso
col domani Adriatico, il male Tirreno, il dopo stampato
sul mappamondo
la morte fissata tra Pula e Rovigno
avrei il coraggio di Pula e Rovigno, e dell’Istria tutta
ma non è così,

non è così
chiudi gli occhi e c’è il buio
ti ci metti le mani davanti e c’è il buio
pensi e c’è il buio
mangi le seppie e c’è il buio
gli alluci sono già pronti a partire per guerre tremende
il mondo finisce
uccidetemi adesso
appena finita questa poesia
sparatemi, davvero
sparatemi a morte
non ho mica paura
e nemmeno dei ragni, dei grilli, dei lupi,
ma di tutto quello spazio tra La Spezia e Piacenza, senza autostrade, senza i pallini delle città,
di quell’ignoto incresparsi orografico che mi resta da vivere
del buio, angoscia geografica, sì

io ho paura di dove confino, di dove finisco
di non parlare la vostra lingua
del buio
ma d’altra parte Leopardi aveva paura dei sottomarini.

2 years ago il 25 di May del 2012 alle 10:42 | Permalink

Un sogno

*Poesia nella quale il poeta viene ammazzato fuori campo

Ho fatto un sogno
ho fatto un sogno, ma io non c’ero
evidentemente, ho fatto un sogno
tuo.

C’eri tu, nel sogno, c’era confusione,
poi non ricordo proprio bene
quando nel sogno non ci sei
non si capisce tutto tutto.

Mi dirai:
ma eri come una voce narrante che vede da fuori
ma non può intervenire, o uno spettatore come quando vedi un film?
No, io non c’ero proprio
non vedevo, non sentivo, soprattutto non capivo.

In effetti non so niente di quel tuo sogno
so solo che l’ho sognato io
tu eri dentro e io ero fuori
come quando ti hanno ucciso, sparato, accoltelato
tu non lo sai che ti hanno ucciso
perché sei morto,
ma intanto
come un ricordo o un sogno bello,
come un coglione, intanto
muori.

2 years ago il 13 di May del 2012 alle 10:53 | Permalink

C’è un cane, c’è un uomo

C’è un cane
c’è un uomo
c’è un sole esplosivo
c’è tanto chiarore che quasi si muore

il cane si muove
nervoso
sull’uomo
gli sbava col muso
sul piede

l’uomo si accascia
gli tocca la testa
il sole si stacca dal piano perfetto
dell’orizzonte
e si imprime sugli occhi del cane
che abbaia

l’uomo
si svita la testa e la getta per terra
il cane l’annusa, ci gioca, la lecca
l’uomo si specchia sul bianco del sole
nel buco del collo col sangue lucente

il cane riflette
sul senso degli occhi
che guardano fissi
come se solo coi raggi riflessi
potessero avere due tacche residue
di batteria

la follia della testa attaccata sul collo
si nota perfetta ala fine del giorno
quando negli occhi riflette soltanto
la luce apparente del bar dei cinesi

appesi alla testa
due occhi sfibrati ripieni di niente
di liquido denso
di luce rubata
di immagini estorte alla vita mangiata
di fretta

il cane si stanca
ti butta la testa su un angolo scuro
e riflette sul senso volgare e offensivo
di un gioco, una palla, che lanci sul muro
e non torna
da sé.

2 years ago il 8 di March del 2012 alle 14:06 | Permalink

Il processo cognitivo della macellazione ḥalāl

    *Poesia nella quale il poeta sfugge con destrezza ai servizi sociali e si getta nel mattatoio comunale di Islamabad.

Prendi una mucca
tagliala in parti uguali
in triangoli equilateri
ciascuno con i lati di 28cm
prendi i pezzi di mucca triangolari
uno per volta
e spalmaci una passata abbondante di vernidas

no scherzavo

lascia la mucca
la mucca non è responsabile del male del mondo
il responsabile unico del male del mondo è:
l’applausometro.
E poi, staccata di sei punti, Gabriella Carlucci.

Da quando è arrivato novembre
mi annoio tantissimo
tra sei anni e mezzo sarà il mio compleanno
e non conosco ancora i rudimenti
della pastorizia acrobatica di sostentamento.

Prendi una mucca
ci ho ripensato
ho voglia di mucca
ho una voglia di mucca sul collo
tuo
e io non so come spiegarle
il meccanismo violento di sopraffazione della bistecca.

L’amore è un processo di macellazione rituale

gli innamorati devono essere coscienti al momento dell’uccisione
che deve essere procurata recidendo la trachea e l’esofago
e sopravvenire per il dissanguamento completo
delle carcasse

oppure
dando un nome alle cose
per desaturazione completa dell’aria, del vapore circostante

e tutto ciò che ci manca
per costruire una mucca gigantesca
è già tutto contenuto in un comunissimo kebàb.

2 years ago il 7 di March del 2012 alle 12:02 | Permalink

Il poeta sfida la mafia

*Poesia nella quale il poeta si arma di tutto punto e vendica il bene di vivere

Il poeta
bada bene
aggettivante censore escavatrice umana di weltanschauung supposta
torre di controllo gnoseologica testimone e martire del grave in movimento
il poeta
bada bene
se tu insisti a trasformare le cose che lui,
in quanto poeta, e in piena libertà e coscienza,
scrive
se tu vai avanti a trasformare queste cose, che sono cose semplici, pure, piccolissime,
in arditi simboli e metafore complesse:

occhi uguale pensieri
bacio uguale amore
amore uguale non amore
tabacco uguale male di vivere
vino uguale male di vivere
droga nera uguale sempre male di vivere ma con risentimento verso una donna

lui, il poeta

si rompe il cazzo

come e più di te, quando ti usano violenza sulla testa

e questa cosa è pericolosa
una di quelle cose da considerare attentamente

e sai perché?

Perché il poeta
ha le conoscenze, e la tecnologia,
per costruire la bomba atomica

come e più dell’iràn.

Ah ah, già.

Ridi stocazzo.

Il poeta
se decide di distruggere il mondo
oh dedalo esegetico appercettivo scagliato da demiurgo cognitivo grosso
il poeta
se decide di sterminare l’umanità e gli animali e le piante
caccia la sua bomba atomica
inserisce la password che solo lui ha
schiaccia il bottone rosso
e
bum strabùm bam tabùm sfrà

Salva con nome.

2 years ago il 6 di March del 2012 alle 17:18 | Permalink

Non siamo

*Poesia nella quale il poeta fa la spremuta col frutto del suo seno, gesù

Non siamo niente
non siamo una cosa
che si possa guardare
da fuori
e ammirare
nemmeno un ricordo
di qualcuno che parte
e si appoggia
a una fronte, un bancone
per ricordare
qualcosa
di forte

siamo accaduti
successi
avvenuti
un pallino in grassetto
festivo
su un’agenda in omaggio di una banca rurale di credito cooperativo

siamo stati questione di tempo, di spazio, di ingombro,
di battito e cura
una casa di vento

non siamo più niente
una sega

ignoro il nome che adesso ci lega
una pietra
se siamo
ecco, siamo una pietra
esiste un essere vivente più disperato
di una mela?
una pianta, un pianto, un pianto una sera
un pomodoro dentro a una serra

la prego signorina lo dica al microfono

chi ha perso
quest’uomo
su questa cazzo di terra?

2 years ago il 6 di March del 2012 alle 17:18 | Permalink