Noi poeti laureati quando incontriamo poeti diplomati vinciamo facile

Ma cos'hai

*Poesia nella quale il poeta si sbraca in un vittimismo davvero sorprendente

Non ho molta voglia oggi
non ho voglia, no
non ho voglia di fare cose
di lavorare poi
no no, non ho voglia per nulla
sto qui
non vado nemmeno a pisciare
me la tengo fino a che non si solidifica
o sublima
e diventa altro, tipo residui che si eliminano coi pori, col sudore
Non ho voglia e non mi alzo da qui
poi domani faccio tutto con calma
anche la piscia
o l’eliminazione di essa tramite pori, a qual punto
e tu non venirmi a trovare
non telefonarmi nemmeno
siamo già al telefono?
fa conto che tu stia leggendo queste mie
presso il televideo regionale
io non te le sto nemmeno dicendo
poiché non ho voglia
va bene?

Non va bene?
adesso allora mi alzo
sì dai mi alzo
ora mi alzo e vado di là, in cucina
sì sì, vado subito
mi sto già alzando
ora vado di là
e vado a vedere se ho chiuso il gas
certo
vado in cucina
e faccio la cacca sul tavolo
in un angolo
bella
una cacca plastica
e ci infilzo gli stuzzicadenti sopra, con le bandierine del giappone, del ghana e del nepal
e poi nemmeno mi risiedo
sto là
in piedi, a fare le cose, un sacco di cose
guarda, se avessi tutta quella roba che serve, mi metterei a stirare
o a ricamare quadretti di ambientazione alpina sui tovagliolini
magari dei poggiacacca di merletto
con i forellini per far uscire le bandierine, sopra.

Ma darti una ragione, spiegarti il perché, il per cosa, le madonne
oggi, proprio voglia zero.

3 days ago il 5 di November del 2009 alle 12:00 | Permalink

Popoli e virtute

*Poesia nella quale il poeta riesce a insultare con rammarico un’intera etnia e una buona metà di un paese sovrano

E gli afroamericani?
gli americani entrati nel secondo tempo al posto degli indiani
che c’avevano il bronx e le facce arrabbiatissime
i negri americani che ci dovevamo fare la rivoluzione
che era già tutto pronto?
Eh?
Loro, niente, ho visto su emtivì
culi grassi e vacche truccate,

niente, andati a merdo
mi sa
scarti di lavorazione
degli hambù.

4 days ago il 4 di November del 2009 alle 12:08 | Permalink

Il gelato pipa - II

*Poesia nella quale il poeta esce da un brutto giro di armi e droga con mezzi propri

Ero spensierato e felice nell’ottantatre
governo Fanfani, scudetto alla Roma
e mi compravo il gelato pipa
la mattina quando giocavo o nel primo pomeriggio, quando giocavo
sotto all’albero di albicocche

mi compravo il gelato pipa
con i soldi sottratti alla camorra
da mia madre
che li metteva nel borsellino.
Li sottraeva alla camorra sfuggendo all’agguato dei portoricani della banda di Marques
e li metteva nel borsellino.

La camorra poi m’ha preso lo stesso
e mi ha consegnato alla banda dei portoricani di Marques
è successo a quindici anni
durante un’interrogazione di latino

ho dovuto riconsegnare i soldi dei gelati pipa
con gli interessi
per finanziare un brutto giro di armi e droga
ma a quel punto,
nell’ottantanove,
governo  De Mita, scudetto all’Inter,
pipa o non pipa,
ecco che con le seghe c’eravamo già.

4 days ago il 4 di November del 2009 alle 11:34 | Permalink

Il gelato pipa

*Poesia nella quale il poeta rimembra i tempi suoi innocenti e fuggitivi, impersonando uno stato neutrale tipo la svizzera

La proiezione della felicità col sole
è il gelato pipa.
Essenziale, algido, sintetico.
O Eldorado, forse.
Io lo acquistavo nell’ottantatre
governo Fanfani, scudetto alla Roma

lo acquistavo e lo succhiavo dalla fessuretta del manico
ma solo alla fine
quando si era sciolto il rimasuglio
e suggendo facevo fiù
con la bocca.

Ero spensierato e felice nell’ottantatre
governo Fanfani, scudetto alla Roma
e mi compravo il gelato pipa
la mattina quando giocavo o nel primo pomeriggio, quando giocavo
sotto all’albero di albicocche

mi compravo il gelato pipa
con i soldi sottratti alla camorra
da mia madre
che li metteva nel borsellino.
Li sottraeva alla camorra sfuggendo all’agguato dei portoricani della banda di Marques
e li metteva nel borsellino.

Poi li dava a me
che ci compravo il gelato pipa.

Io però non lo dovevo sapere da dove venivano quei soldi pericolosi sporchi di sangue.
Infatti sicuramente mi faceva firmare un foglio con scritto
che non avrei saputo da dove venivano quei soldi maledetti del borsellino.
E poi mi faceva disattivare la memoria di quella cosa
praticandomi un’iniezione nelle chiappe
per non mettermi in pericolo
nei confronti dei camorristi di Salvatore Zarimma detto “o’ pisciataro”.

Quando mangiavo il gelato pipa
toglievo il coperchio a cappellino
e col cucchiaino scavavo piano per farmelo durare

madonna santissima quant’ero spensierato
col gelato pipa in mano, nell’ottantatre
a sapere che avevo firmato quel foglio.

5 days ago il 3 di November del 2009 alle 12:28 | Permalink

Io non uso pantofole chiuse o del socialismo reale

*Poesia nella quale il poeta si reca in villeggiatura presso i palazzoni razionali di Berlino Est, sul lungomare di Berlino Est

Io non uso pantofole chiuse
perché so che in fondo vanno a perdersi le briciole
non uso pantofole chiuse per difendermi il piede
appena alzato, assonnato, paffuto
un piede sbattente l’alluce contro uno sfruguglìo di briciole indecenti
e non vado nei mari pericolosi
quelli che non si vede il fondo
o che si vede
ma sotto non c’è la sabbia piatta, ma rocce, pietre
verdura
perché ho sempre il timore che da dietro quelle cose misteriose
escano fuori animali mollicci
dentati magari
roba naturale
in grado di fare cose per le quali la natura le ha insegnate
pungere mordere ungere schifare
uso le ciabatte estive anche d’inverno
quelle da mare, di gomma dura
aperte davanti e dietro
dominabili con uno sguardo fin nelle fessure
e faccio il bagno nel mare con il fondo piatto, di sabbia
con il fondo che si vede da sopra al pelo dell’acqua
si vede ma è come se non ci fosse perché è uguale sempre
piatto e sabbioso, senza possibilità diverse
ciottoli con dietro creature, meduse celate, sgorbi
faccio il bagno in un  mare sovietico
illiberale, giusto
anche senza ciabatte
a piedi nudi, interi, non sbriciolati
e posso concentrarmi sull’acqua
l’acqua che è il mare.

E con gli sgorbi misteriosi, se vi piace
parlateci voi.

1 week ago il 30 di October del 2009 alle 12:53 | Permalink

Tu mi chiedi se sono geloso

*Poesia nella quale il poeta sfida la sorte a morra utilizzando la femmina come montepremi

Tu mi chiedi se sono geloso
lo sono.

Se tu vai a fare le cose di sessualità con altri
infilare pezzi di carne altrui
dentro le nostre cose
a me va bene.

Anzi
se mi vuoi proprio bene di amore estremo
devi provarli tutti gli uomini
gli uomini che non sono io
i belli, i brutti, i vecchi
e anche i  morti.

Puoi suddividerli per annate o per colore dei capelli
e provarli in successione
farci delle vite di prova e presentarli ai tuoi genitori
o ai tuoi genitori di prova
inventati loro pure per una genealogia sperimentale

puoi farti portare dei fiori
dai vecchi, dai belli, dai morti
farti portare dei crisantemi.
Se serve facciamo anche creature di fantasia
e tu le provi

uomini di nome giovanni con la faccia e la tristezza di un sebastiano
uomini con zigomi velenosi e panni stesi tra le costole
e con peni a coniglietto
di gomma di cera.

Magari fai un foglio excel
e ti annoti tutti gli uomini
e segni di ognuno quanto schifo fa e che ribrezzo
e lo confronti a me che ho il valore non modificabile
nella cella ZY29

e bada bene a non tralasciarne nemmeno uno
perché se quello tralasciato tu non lo provi
io sono geloso
gelosissimo
e resto col dubbio
e ti odio per sempre

perché tu
chissà che idee stupide potresti farti
della sua ipotetica sessualità
del suo accattivante modo di fare
della sua capacità di stare in mezzo alla gente
e di ascoltarti quando hai da dire

e magari finisci per farci fantasie notturne e giochi di immaginazione
e sporche polluzioni di modesta felicità
sbagliate, col resto
basate su evidentissimi errori di ragionamento

mentre invece
controlla al  TK38, allo Z11, al B90
quell’uomo che non ti guarda
vai e provalo e fammi un cenno con le palpebre
sbattile senza che ti veda per farmi capire
quant’è stupido farmi l’amore
dove non sono io.

1 week ago il 28 di October del 2009 alle 12:38 | Permalink

La più brutta dell'universo

*Poesia nella quale il poeta si concede, innocente e speranzoso, alle bruttezze accattivanti del suo làif

Ma quanto sei brutta?

ma davvero, quanto cazzo sei brutta??
ma hai provato a diminuire il contrasto?
C’è uno strumento di photoshop che ti toglie gli occhi rossi
Prova a cavarti gli occhi rossi almeno, che ti devo dire
No, davvero
sei brutta da far schifo, una roba vomitevole
ma nemmno i cani fracichi e bagnati
una cosa come te.
Sei brutta poi mica solo per l’esterno
sei brutta i renofegati
il cuore
e l’ombelico,  anche da dentro
lo sputo che tu sputi è brutto come il merdo
sei brutta che non ti si può guardare
pensa che una volta
sei stata così la più brutta dell’universo che hai provocato un incidente
e i curiosi si fermavano solo a vomitarsi addosso
con una mano sul gardrèil.
Sei brutta come le poesie di d’annunzio lette da fraccazzo
sei brutta che non te lo so dire
sei un’idea brutta pensata da un dio malvagio e vendicativo.

Per quello se mi lasci ti prometto
che non ci resto per niente male.

Ma io lo dico per te,
mica ti conviene.

2 weeks ago il 21 di October del 2009 alle 4:59 | Permalink

T’illumini d’immenso?

*Poesia nella quale il poeta la butta sul personale con accenti risentiti e vaghi

Tu t’illumini d’immenso?

Se tu t’illumini d’immenso
allora va bene.

Ma t’illumini d’immenso, così, su due piedi?

Se tu t’illumini d’immenso
allora
allora io mi do fuoco
mi faccio esplodere,
poi prendo una macchina utilitaria
una ritmo dell’ottantatre
la riempio di benzina e porporina
e vado a schiantarmi contro una pompa di gasolio
poi ci faccio scendere giù dal cielo un elicottero telecomandato
con dentro una bomba atomica
e della vernice giallo fuoco
poi esco vengo da te
che al quel punto sei ancora lì, tu e l’immenso,
e vi spengo con una pisciata
e quando vado via
nemmeno mi sgrullo.

Se invece facciamo un po’ a ciascuno
poi vediamo.

2 weeks ago il 20 di October del 2009 alle 9:25 | Permalink

L’epopea triste tristissima di Catello Alfamarìo

*Poesia nella quale il poeta racconta una storia di tatuaggi usciti male e di amori con la bì.

Catello Alfamarìo aveva due cose di valore
una fidanzata, Mariarosa, e un tatuaggio, Mariaroba.

Il giorno che era andato a fare il tatuaggio
aveva detto con chiarezza
scriva Mariarosa, la morosa, nella schiena, per traverso
l’operatore di tatuaggi aveva fatto un cenno
per dire che mi frega
per me ci puoi far scrivere persino paracarro, lattuga, o sciatobriàn
ma va bene Mariarosa.

Catello Alfamarìo ebbe allora il tatuaggio che voleva
ma nella sua schiena c’era scritto, a caratteri fioriti
Mariaroba,
Mariaroba, c’era scritto,
operatore maledetto.

Catello Alfamarìo perse la sua donna
offesa dallo sgarbo, pare, ma troione già di suo
scappata col lattaio e col tenente tutto insieme
per la città di affanculo, nella contea di noncepiù.

Catello Alfamarìo ci restò molto infelice
e si grattava il tatuaggio, all’altezza della bì
finché arrivò un giorno, sul lettino a Cesenatico,
una tale Mariaroba, mostruosa di bellezza
colpita dalla schiena, all’altezza della bì
gli disse: “mi scusi, bellimbusto,
ho letto mariaroba, che sarebbe poi il mio nome,
se le do la mia bellezza, posso avere la sua bì?

Catello fu contento e le diede l’indicazone per essergli d’amore, per essergli felice
vada sempre dritto in fondo, si fermi sulla schiena
poi chieda e resti lì
“.

Catello Alfamarìo sposò la Mariaroba
e si fecero l’amore e centottanta figli
erano felici, direi super felici
e comprarono una casa, grande e bella, e del velluto rosso e blu
e vinsero al superenalotto e si acquistarono anche il Galles
e piantarono degli alberi coi nomi dei figlioli
e dei fiori rossi e gialli coi nomi dei tre gatti
e vissero felici e vissero contenti
ma mica solo questo, mica solo questo
vissero entusiasti, sorridenti, felici, fosforescenti, esagerati
Catello Alfamarìo e la bella Mariaroba
vincevano ogni sabato al superenalotto
e ogni martedì facevano quarantuno figli, biondi, ingegneri aerospaziali
e andavano al cinema e a teatro e non pagavano
e trovavano pezzi da cinquanta euro sotto gli zerbini d’oro della coop
la coop non ha gli zerbini? qualcuno doveva portarli solo per loro
e dei dentini sotto i cuscini dei figli, trovavano,
ogni ora, continuamente dentini e cinquanta euro, e ingegneri aerospaziali
e facevano l’amore
uno dentro l’altro, come matrioske
di una, due, sette, misure
facevano l’amore a cipolla per non sentirsi freddi
e ad ogni urletto un po’ più acuto si toglievano uno strato
finché cadevano sfiancati, nudi con la bì
e poi dopo una mezzora, ancora amore e amore
superenalotti, e figli e amore, e cristo crocefisso quanta felicità,
che roba, che roba, credetmi, che roba.

Catello Alfamarìo ogni sera andando letto guardava il tatuaggio
e lo lucidava con la crema
all’altezza della bì
ma una sera Mariaroba si tolse la vestaglia
e gli disse anch’io ho il tatuaggio,
sul culo che ti piace, per te solo, Alfamarìo
ma sulla chiappa tondeggiante, di fianco al perizoma
c’era scritto Elenio John Fernando
e a capo Fittipaldi Amore Odierno.

Si erano sbagliati di molto sul suo culo
e Catello ne morì.

Quando lo portarono alla bara
il becchino lo vestì e vide la sua schiena
tutta grattata, col sangue secco viola
e non c’era più scritto Mariaroba, all’altezza della bì
il becchino impaurito chiamò la gente intorno
e i parenti e il mezzo mondo, e il Galles venne tutto, ognuno col suo fiore
e tutti stupefatti lessero così
Amore mio per sempre, amore utente prova
spazio per il nome, amore con la bì
“.

3 weeks ago il 19 di October del 2009 alle 4:48 | Permalink

La nanetta, il bambino con la panza, la puttana e il nostro amore

* Poesia nella quale il poeta tira le palline di carta agli sfortunati paragonati all’amore

Sei una misera tappetta
di fronte al nostro amore
una nanetta di quelle che vanno al mercato si buttano a terra
vicino ai negozi
e si girano pure i piedi all’indentro
per fare più pietà
di fronte al nostro amore
le hai viste quelle nanette?
quelle che si girano i piedi?
col cartoncino in mano e la gonna unta
scrivono nel cartoncino
che c’hanno i problemi, i figli polverosi
ma questa cosa si vede male nelle foto nel cartoncino
però non dicono che i problemi
sono i piedi
o la nanezza
si vede che c’hanno vergogna, dei piedi indentro
di fronte al nostro amore.

Sei un bambino con la panza piena d’aria
di fronte al nostro amore
uno di quelli dei documentari che stanno sempre in gruppo
con le mosche sulle bocche
con le mosche di fronte al nostro amore
li hai visti quei bambini con le panze?
quelli con le mosche e con le panze?
Guardano sempre in su e non parlano
gli inviati del tiggì dicono che  il problema loro
è la fame
secondo me il problema reale sono le mosche
perché non possono parlare tra loro, in gruppo,
senza ingoiare adunate di mosche
e in gruppo c’è poco da fare se non puoi parlare, sei nudo, con la panza
di fronte al nostro amore.

Sei una puttana truccata forte
di fronte al nostro amore
una di quell puttane che lavorano sulle tangenziali la notte
con le pelliccie sopra le tette nude
di fronte al notro amore
le hai viste quelle puttane truccate forte?
le hai viste le tette nude di quelle puttane la notte?
Ti indicano la macchina quando passi
e tu fai finta di guardare il tabaccaio, dall’altra parte
e pensi che il problema loro è di farti vedere bene le tette nude
sotto la pelliccia, ma senza scoprirsi troppo sennò i carabinieri le arrestano
ma in realtà il problema loro è che tu non le guardi,
e guardi il tabbaccaio
quello di fronte al nostro amore.

Sei la quarta, seduta al tavolo
di fronte al nostro amore
tu, la nanetta, un bambino con la panza e una puttana truccata forte
e il nostro amore, di fronte, vi tira le palline di carta
voi le raccogliete e le srotolate
e dentro la risposta ai problemi vostri non ci sta
perché io e il nostro amore
coi problemi vostri
ci facciamo le palline di carta
ci scompisciamo la sera.

3 weeks ago il 16 di October del 2009 alle 8:51 | Permalink