*Poesia nella quale il poeta si sbraca in un vittimismo davvero sorprendente
Non ho molta voglia oggi non ho voglia, no non ho voglia di fare cose di lavorare poi no no, non ho voglia per nulla sto qui non vado nemmeno a pisciare me la tengo fino a che non si solidifica o sublima e diventa altro, tipo residui che si eliminano coi pori, col sudore Non ho voglia e non mi alzo da qui poi domani faccio tutto con calma anche la piscia o l’eliminazione di essa tramite pori, a qual punto e tu non venirmi a trovare non telefonarmi nemmeno siamo già al telefono? fa conto che tu stia leggendo queste mie presso il televideo regionale io non te le sto nemmeno dicendo poiché non ho voglia va bene?
Non va bene? adesso allora mi alzo sì dai mi alzo ora mi alzo e vado di là, in cucina sì sì, vado subito mi sto già alzando ora vado di là e vado a vedere se ho chiuso il gas certo vado in cucina e faccio la cacca sul tavolo in un angolo bella una cacca plastica e ci infilzo gli stuzzicadenti sopra, con le bandierine del giappone, del ghana e del nepal e poi nemmeno mi risiedo sto là in piedi, a fare le cose, un sacco di cose guarda, se avessi tutta quella roba che serve, mi metterei a stirare o a ricamare quadretti di ambientazione alpina sui tovagliolini magari dei poggiacacca di merletto con i forellini per far uscire le bandierine, sopra.
Ma darti una ragione, spiegarti il perché, il per cosa, le madonne oggi, proprio voglia zero.
*Poesia nella quale il poeta riesce a insultare con rammarico un’intera etnia e una buona metà di un paese sovrano
E gli afroamericani? gli americani entrati nel secondo tempo al posto degli indiani che c’avevano il bronx e le facce arrabbiatissime i negri americani che ci dovevamo fare la rivoluzione che era già tutto pronto? Eh? Loro, niente, ho visto su emtivì culi grassi e vacche truccate,
niente, andati a merdo mi sa scarti di lavorazione degli hambù.
*Poesia nella quale il poeta esce da un brutto giro di armi e droga con mezzi propri
Ero spensierato e felice nell’ottantatre governo Fanfani, scudetto alla Roma e mi compravo il gelato pipa la mattina quando giocavo o nel primo pomeriggio, quando giocavo sotto all’albero di albicocche
mi compravo il gelato pipa con i soldi sottratti alla camorra da mia madre che li metteva nel borsellino. Li sottraeva alla camorra sfuggendo all’agguato dei portoricani della banda di Marques e li metteva nel borsellino.
La camorra poi m’ha preso lo stesso e mi ha consegnato alla banda dei portoricani di Marques è successo a quindici anni durante un’interrogazione di latino
ho dovuto riconsegnare i soldi dei gelati pipa con gli interessi per finanziare un brutto giro di armi e droga ma a quel punto, nell’ottantanove, governo De Mita, scudetto all’Inter, pipa o non pipa, ecco che con le seghe c’eravamo già.
*Poesia nella quale il poeta rimembra i tempi suoi innocenti e fuggitivi, impersonando uno stato neutrale tipo la svizzera
La proiezione della felicità col sole è il gelato pipa. Essenziale, algido, sintetico. O Eldorado, forse. Io lo acquistavo nell’ottantatre governo Fanfani, scudetto alla Roma
lo acquistavo e lo succhiavo dalla fessuretta del manico ma solo alla fine quando si era sciolto il rimasuglio e suggendo facevo fiù con la bocca.
Ero spensierato e felice nell’ottantatre governo Fanfani, scudetto alla Roma e mi compravo il gelato pipa la mattina quando giocavo o nel primo pomeriggio, quando giocavo sotto all’albero di albicocche
mi compravo il gelato pipa con i soldi sottratti alla camorra da mia madre che li metteva nel borsellino. Li sottraeva alla camorra sfuggendo all’agguato dei portoricani della banda di Marques e li metteva nel borsellino.
Poi li dava a me che ci compravo il gelato pipa.
Io però non lo dovevo sapere da dove venivano quei soldi pericolosi sporchi di sangue. Infatti sicuramente mi faceva firmare un foglio con scritto che non avrei saputo da dove venivano quei soldi maledetti del borsellino. E poi mi faceva disattivare la memoria di quella cosa praticandomi un’iniezione nelle chiappe per non mettermi in pericolo nei confronti dei camorristi di Salvatore Zarimma detto “o’ pisciataro”.
Quando mangiavo il gelato pipa toglievo il coperchio a cappellino e col cucchiaino scavavo piano per farmelo durare
madonna santissima quant’ero spensierato col gelato pipa in mano, nell’ottantatre a sapere che avevo firmato quel foglio.
*Poesia nella quale il poeta si reca in villeggiatura presso i palazzoni razionali di Berlino Est, sul lungomare di Berlino Est
Io non uso pantofole chiuse perché so che in fondo vanno a perdersi le briciole non uso pantofole chiuse per difendermi il piede appena alzato, assonnato, paffuto un piede sbattente l’alluce contro uno sfruguglìo di briciole indecenti e non vado nei mari pericolosi quelli che non si vede il fondo o che si vede ma sotto non c’è la sabbia piatta, ma rocce, pietre verdura perché ho sempre il timore che da dietro quelle cose misteriose escano fuori animali mollicci dentati magari roba naturale in grado di fare cose per le quali la natura le ha insegnate pungere mordere ungere schifare uso le ciabatte estive anche d’inverno quelle da mare, di gomma dura aperte davanti e dietro dominabili con uno sguardo fin nelle fessure e faccio il bagno nel mare con il fondo piatto, di sabbia con il fondo che si vede da sopra al pelo dell’acqua si vede ma è come se non ci fosse perché è uguale sempre piatto e sabbioso, senza possibilità diverse ciottoli con dietro creature, meduse celate, sgorbi faccio il bagno in un mare sovietico illiberale, giusto anche senza ciabatte a piedi nudi, interi, non sbriciolati e posso concentrarmi sull’acqua l’acqua che è il mare.
E con gli sgorbi misteriosi, se vi piace parlateci voi.
*Poesia nella quale il poeta sfida la sorte a morra utilizzando la femmina come montepremi
Tu mi chiedi se sono geloso lo sono.
Se tu vai a fare le cose di sessualità con altri infilare pezzi di carne altrui dentro le nostre cose a me va bene.
Anzi se mi vuoi proprio bene di amore estremo devi provarli tutti gli uomini gli uomini che non sono io i belli, i brutti, i vecchi e anche i morti.
Puoi suddividerli per annate o per colore dei capelli e provarli in successione farci delle vite di prova e presentarli ai tuoi genitori o ai tuoi genitori di prova inventati loro pure per una genealogia sperimentale
puoi farti portare dei fiori dai vecchi, dai belli, dai morti farti portare dei crisantemi. Se serve facciamo anche creature di fantasia e tu le provi
uomini di nome giovanni con la faccia e la tristezza di un sebastiano uomini con zigomi velenosi e panni stesi tra le costole e con peni a coniglietto di gomma di cera.
Magari fai un foglio excel e ti annoti tutti gli uomini e segni di ognuno quanto schifo fa e che ribrezzo e lo confronti a me che ho il valore non modificabile nella cella ZY29
e bada bene a non tralasciarne nemmeno uno perché se quello tralasciato tu non lo provi io sono geloso gelosissimo e resto col dubbio e ti odio per sempre
perché tu chissà che idee stupide potresti farti della sua ipotetica sessualità del suo accattivante modo di fare della sua capacità di stare in mezzo alla gente e di ascoltarti quando hai da dire
e magari finisci per farci fantasie notturne e giochi di immaginazione e sporche polluzioni di modesta felicità sbagliate, col resto basate su evidentissimi errori di ragionamento
mentre invece controlla al TK38, allo Z11, al B90 quell’uomo che non ti guarda vai e provalo e fammi un cenno con le palpebre sbattile senza che ti veda per farmi capire quant’è stupido farmi l’amore dove non sono io.
*Poesia nella quale il poeta si concede, innocente e speranzoso, alle bruttezze accattivanti del suo làif
Ma quanto sei brutta?
ma davvero, quanto cazzo sei brutta?? ma hai provato a diminuire il contrasto? C’è uno strumento di photoshop che ti toglie gli occhi rossi Prova a cavarti gli occhi rossi almeno, che ti devo dire No, davvero sei brutta da far schifo, una roba vomitevole ma nemmno i cani fracichi e bagnati una cosa come te. Sei brutta poi mica solo per l’esterno sei brutta i renofegati il cuore e l’ombelico, anche da dentro lo sputo che tu sputi è brutto come il merdo sei brutta che non ti si può guardare pensa che una volta sei stata così la più brutta dell’universo che hai provocato un incidente e i curiosi si fermavano solo a vomitarsi addosso con una mano sul gardrèil. Sei brutta come le poesie di d’annunzio lette da fraccazzo sei brutta che non te lo so dire sei un’idea brutta pensata da un dio malvagio e vendicativo.
Per quello se mi lasci ti prometto che non ci resto per niente male.
Ma io lo dico per te, mica ti conviene.
*Poesia nella quale il poeta la butta sul personale con accenti risentiti e vaghi
Tu t’illumini d’immenso?
Se tu t’illumini d’immenso allora va bene.
Ma t’illumini d’immenso, così, su due piedi?
Se tu t’illumini d’immenso allora allora io mi do fuoco mi faccio esplodere, poi prendo una macchina utilitaria una ritmo dell’ottantatre la riempio di benzina e porporina e vado a schiantarmi contro una pompa di gasolio poi ci faccio scendere giù dal cielo un elicottero telecomandato con dentro una bomba atomica e della vernice giallo fuoco poi esco vengo da te che al quel punto sei ancora lì, tu e l’immenso, e vi spengo con una pisciata e quando vado via nemmeno mi sgrullo.
Se invece facciamo un po’ a ciascuno poi vediamo.
*Poesia nella quale il poeta racconta una storia di tatuaggi usciti male e di amori con la bì.
Catello Alfamarìo aveva due cose di valore una fidanzata, Mariarosa, e un tatuaggio, Mariaroba.
Il giorno che era andato a fare il tatuaggio aveva detto con chiarezza scriva Mariarosa, la morosa, nella schiena, per traverso l’operatore di tatuaggi aveva fatto un cenno per dire che mi frega per me ci puoi far scrivere persino paracarro, lattuga, o sciatobriàn ma va bene Mariarosa.
Catello Alfamarìo ebbe allora il tatuaggio che voleva ma nella sua schiena c’era scritto, a caratteri fioriti Mariaroba, Mariaroba, c’era scritto, operatore maledetto.
Catello Alfamarìo perse la sua donna offesa dallo sgarbo, pare, ma troione già di suo scappata col lattaio e col tenente tutto insieme per la città di affanculo, nella contea di noncepiù.
Catello Alfamarìo ci restò molto infelice e si grattava il tatuaggio, all’altezza della bì finché arrivò un giorno, sul lettino a Cesenatico, una tale Mariaroba, mostruosa di bellezza colpita dalla schiena, all’altezza della bì gli disse: “mi scusi, bellimbusto, ho letto mariaroba, che sarebbe poi il mio nome, se le do la mia bellezza, posso avere la sua bì?” Catello fu contento e le diede l’indicazone per essergli d’amore, per essergli felice “vada sempre dritto in fondo, si fermi sulla schiena poi chieda e resti lì“.
Catello Alfamarìo sposò la Mariaroba e si fecero l’amore e centottanta figli erano felici, direi super felici e comprarono una casa, grande e bella, e del velluto rosso e blu e vinsero al superenalotto e si acquistarono anche il Galles e piantarono degli alberi coi nomi dei figlioli e dei fiori rossi e gialli coi nomi dei tre gatti e vissero felici e vissero contenti ma mica solo questo, mica solo questo vissero entusiasti, sorridenti, felici, fosforescenti, esagerati Catello Alfamarìo e la bella Mariaroba vincevano ogni sabato al superenalotto e ogni martedì facevano quarantuno figli, biondi, ingegneri aerospaziali e andavano al cinema e a teatro e non pagavano e trovavano pezzi da cinquanta euro sotto gli zerbini d’oro della coop la coop non ha gli zerbini? qualcuno doveva portarli solo per loro e dei dentini sotto i cuscini dei figli, trovavano, ogni ora, continuamente dentini e cinquanta euro, e ingegneri aerospaziali e facevano l’amore uno dentro l’altro, come matrioske di una, due, sette, misure facevano l’amore a cipolla per non sentirsi freddi e ad ogni urletto un po’ più acuto si toglievano uno strato finché cadevano sfiancati, nudi con la bì e poi dopo una mezzora, ancora amore e amore superenalotti, e figli e amore, e cristo crocefisso quanta felicità, che roba, che roba, credetmi, che roba.
Catello Alfamarìo ogni sera andando letto guardava il tatuaggio e lo lucidava con la crema all’altezza della bì ma una sera Mariaroba si tolse la vestaglia e gli disse anch’io ho il tatuaggio, sul culo che ti piace, per te solo, Alfamarìo ma sulla chiappa tondeggiante, di fianco al perizoma c’era scritto Elenio John Fernando e a capo Fittipaldi Amore Odierno.
Si erano sbagliati di molto sul suo culo e Catello ne morì.
Quando lo portarono alla bara il becchino lo vestì e vide la sua schiena tutta grattata, col sangue secco viola e non c’era più scritto Mariaroba, all’altezza della bì il becchino impaurito chiamò la gente intorno e i parenti e il mezzo mondo, e il Galles venne tutto, ognuno col suo fiore e tutti stupefatti lessero così “Amore mio per sempre, amore utente prova spazio per il nome, amore con la bì“.
* Poesia nella quale il poeta tira le palline di carta agli sfortunati paragonati all’amore
Sei una misera tappetta di fronte al nostro amore una nanetta di quelle che vanno al mercato si buttano a terra vicino ai negozi e si girano pure i piedi all’indentro per fare più pietà di fronte al nostro amore le hai viste quelle nanette? quelle che si girano i piedi? col cartoncino in mano e la gonna unta scrivono nel cartoncino che c’hanno i problemi, i figli polverosi ma questa cosa si vede male nelle foto nel cartoncino però non dicono che i problemi sono i piedi o la nanezza si vede che c’hanno vergogna, dei piedi indentro di fronte al nostro amore.
Sei un bambino con la panza piena d’aria di fronte al nostro amore uno di quelli dei documentari che stanno sempre in gruppo con le mosche sulle bocche con le mosche di fronte al nostro amore li hai visti quei bambini con le panze? quelli con le mosche e con le panze? Guardano sempre in su e non parlano gli inviati del tiggì dicono che il problema loro è la fame secondo me il problema reale sono le mosche perché non possono parlare tra loro, in gruppo, senza ingoiare adunate di mosche e in gruppo c’è poco da fare se non puoi parlare, sei nudo, con la panza di fronte al nostro amore.
Sei una puttana truccata forte di fronte al nostro amore una di quell puttane che lavorano sulle tangenziali la notte con le pelliccie sopra le tette nude di fronte al notro amore le hai viste quelle puttane truccate forte? le hai viste le tette nude di quelle puttane la notte? Ti indicano la macchina quando passi e tu fai finta di guardare il tabaccaio, dall’altra parte e pensi che il problema loro è di farti vedere bene le tette nude sotto la pelliccia, ma senza scoprirsi troppo sennò i carabinieri le arrestano ma in realtà il problema loro è che tu non le guardi, e guardi il tabbaccaio quello di fronte al nostro amore.
Sei la quarta, seduta al tavolo di fronte al nostro amore tu, la nanetta, un bambino con la panza e una puttana truccata forte e il nostro amore, di fronte, vi tira le palline di carta voi le raccogliete e le srotolate e dentro la risposta ai problemi vostri non ci sta perché io e il nostro amore coi problemi vostri ci facciamo le palline di carta ci scompisciamo la sera.
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