*Poesia nella quale il poeta scopre cose che non dovrebbe e non le denuncia alle autorità competenti ma ci fa cose esistenzialiste fuori moda
Ponte ponente ponte e pì
va bene
ma non credevo
cioé
ponte ponente
ma pì
cazzo, pì
ora prendo un cavatappi
e mi cavo gli occhi
un occhio solo mi caverò, in realtà
così che possa avanzarne uno
per vedere l’altro
cavato
e pensare cazzo pì.
E un giorno, quando prenderò l’occhio
nel cassetto delle robe buone
vicino ai bianchenneri e ai cartolini
penserò che ohi ohi quella volta che angoscia e che dolò.
Tappe tappe ci dicevamo
tu mi passavi un dito a punta sul naso dell’ultima faccia mia
sugli zigomi a baionetta me lo passavi
tappe tappe sai cosa?
Rugia.
Ponte ponente, cazzo e pì,
se almeno io avessi occhi piangenti e potessi vedere le cose deformate dalle gocce
starei lì a pensare quanto son diverse le cose deformate dalle gocce
come pettirossi dietro ai vetri appannati o altre cose finte del genere
e invece
tappe tappe
sai cosa?
Mica il tempo, chemmerda, mica il fatto che, no
tappe, tappe
e a un certo punto
come uno starnuto di un cane
per strada
sotto la pioggia
d’inverno
la nebbia
i pettirossi moribondi
drogati
uno starnuto anche non di un cane,
qualsiasi,
rì.
*Poesia nella quale il poeta nitrisce di tristezza per certe sere di capelli lunghi e di nebbia
Sciolgo le trecce ai cavalli
vedi che va già meglio?
Pare che siano stati i bambini del quartiere
a intrecciare le trecce ai cavalli
per vedere se poi i cavalli
vanno davvero di quarto
come i gatti quando gli attacchi il nastro adesivo su un fianco.
Non mi dite che non l’avete mai fatto.
Fatelo.
Ma tornando alle trecce ai cavalli
corrono
e le tue gambe eleganti?
Ballano.
Stasera c’è una nebbia che non si vede niente
e ora mi metto a sciogliere trecce ai cavalli
magari poi mi viene sonno e mi addormento
coi cavalli intrecciati a metà e i film di raitre
e se vedo i bambini che le intrecciano ancora
li mando al riformatorio a staccare adesivi dai gatti per vent’anni.
Stasera c’è una nebbia che non si vede niente
e sonno non me ne viene
e questi cavalli dopo un po’ stufano
a quanto pare tu non m’hai chiamato,
o forse non ho sentito lo squillo a causa del nitrito di cavallo
il nitrito di cavallo è una cosa che dovrebbe avere una formula chimica
e il potassio una sella, una treccia
anche tu dovresti avere una formula chimica
cappaenneotre, cappaenneotrecce
o almeno trecce da sciogliere, quando c’è nebbia
o una sella.
Vabbè dai, non m’hai chiamato, non avrai avuto tempo, sarà mica un problema
con tutte ste cose che ho da fare
e le tue gambe eleganti?
Si dice che bàllino.
*Poesia nella quale il poeta affronta esami onirici con profitto alterno
Ho fatto un sogno
in cui ero un regista e facevo un gran bel film
nel film ero uno studioso di storia del cinema
e facevo un concorso di studiosi di storia del cinema
e a un certo punto
c’era una specie di interrogatorio esame
e il professorone mi chiedeva di me, di me regista
e io sapevo tutto
e pensavo ma guarda tu che culo, che m’ha chiesto di me
e facevo una gran figura sulle opere giovanili
e mi stavano per dare il premio
quando poi il maledetto mi chiede
ma dimmi qualcosa sulle opere tarde
su quell’ultimo film, magari, quello dello studioso all’interrogatorio esame
e io andavo spedito e spiegavo tutto bene
che tanto l’avevo appena visto, nel mio sogno, quel gran film
e poi lui mi diceva
ma come finisce poi, sto film, chi lo vince il concorsone degli studiosi del cinema?
Merda, penso, questo che ne so,
e allora azzardo “io?”, e lui “no, ma figuriamoci
bocciato, fatti fottere, ucciditi, cucù”.
Mi son svegliato ansioso matto
e t’ho chiamata al cellulare
tu mi hai detto che è successo?
niente, che ora è, le duevventotto? ora sto bene
ho fatto collassare la storia del cinema,
ma ora sto bene, ma senti
ma tu lo sapevi che non esiste la storia del cinema nei film?
e ascolta, un’altra cosa,
ti perdòno, davvero, se non c’eri
quando non mi conoscevi.
*Poesia nella quale il poeta prende una matita e scarabocchia le donne
A me dei libri
la cosa che mi piace
è il bianco in mezzo alle parole
i buchetti della bì, della o e della gì, che ne ha due
per questo quando ho un foglio
con sopra le parole
io riempio i buchetti delle lettere, per bene
fino a che vien su una frase
con le lettere tutte piene
si legge uguale, la frase, dico
si capisce
le donne invece, mica, i buchetti della gì
le donne invece dopo
non si capisce niente.
*Poesia nella quale il poeta oppone al mero realismo di una temporalità presunta, cazzi
Vabbè hai detto cazzi
io mi sa che muoio
mica lo decido io, ma guarda
non per deluderti, per fare il grosso
ma mi sa che muoio
tra cent’anni, mille, dopo
ma secondo me, io dopo muoio.
Ma per convenzione, facciamo una cosa
facciamo che lo sappiamo solo noi
diciamo amore eterno
amore immenso, eterno, boreale, amore cazzi
e se ti chiedono, se indagano
dì pure amore eterno, sconfinato, amore cazzi
vai tranquilla
tanto guarda, sull’eterno
son sicuro
non controllano mica.
*Poesia nella quale il poeta si sbraca in un vittimismo davvero sorprendente
Non ho molta voglia oggi
non ho voglia, no
non ho voglia di fare cose
di lavorare poi
no no, non ho voglia per nulla
sto qui
non vado nemmeno a pisciare
me la tengo fino a che non si solidifica
o sublima
e diventa altro, tipo residui che si eliminano coi pori, col sudore
Non ho voglia e non mi alzo da qui
poi domani faccio tutto con calma
anche la piscia
o l’eliminazione di essa tramite pori, a qual punto
e tu non venirmi a trovare
non telefonarmi nemmeno
siamo già al telefono?
fa conto che tu stia leggendo queste mie
presso il televideo regionale
io non te le sto nemmeno dicendo
poiché non ho voglia
va bene?
Non va bene?
adesso allora mi alzo
sì dai mi alzo
ora mi alzo e vado di là, in cucina
sì sì, vado subito
mi sto già alzando
ora vado di là
e vado a vedere se ho chiuso il gas
certo
vado in cucina
e faccio la cacca sul tavolo
in un angolo
bella
una cacca plastica
e ci infilzo gli stuzzicadenti sopra, con le bandierine del giappone, del ghana e del nepal
e poi nemmeno mi risiedo
sto là
in piedi, a fare le cose, un sacco di cose
guarda, se avessi tutta quella roba che serve, mi metterei a stirare
o a ricamare quadretti di ambientazione alpina sui tovagliolini
magari dei poggiacacca di merletto
con i forellini per far uscire le bandierine, sopra.
Ma darti una ragione, spiegarti il perché, il per cosa, le madonne
oggi, proprio voglia zero.
*Poesia nella quale il poeta riesce a insultare con rammarico un’intera etnia e una buona metà di un paese sovrano
E gli afroamericani?
gli americani entrati nel secondo tempo al posto degli indiani
che c’avevano il bronx e le facce arrabbiatissime
i negri americani che ci dovevamo fare la rivoluzione
che era già tutto pronto?
Eh?
Loro, niente, ho visto su emtivì
culi grassi e vacche truccate,
niente, andati a merdo
mi sa
scarti di lavorazione
degli hambù.
*Poesia nella quale il poeta esce da un brutto giro di armi e droga con mezzi propri
Ero spensierato e felice nell’ottantatre
governo Fanfani, scudetto alla Roma
e mi compravo il gelato pipa
la mattina quando giocavo o nel primo pomeriggio, quando giocavo
sotto all’albero di albicocche
mi compravo il gelato pipa
con i soldi sottratti alla camorra
da mia madre
che li metteva nel borsellino.
Li sottraeva alla camorra sfuggendo all’agguato dei portoricani della banda di Marques
e li metteva nel borsellino.
La camorra poi m’ha preso lo stesso
e mi ha consegnato alla banda dei portoricani di Marques
è successo a quindici anni
durante un’interrogazione di latino
ho dovuto riconsegnare i soldi dei gelati pipa
con gli interessi
per finanziare un brutto giro di armi e droga
ma a quel punto,
nell’ottantanove,
governo De Mita, scudetto all’Inter,
pipa o non pipa,
ecco che con le seghe c’eravamo già.
*Poesia nella quale il poeta rimembra i tempi suoi innocenti e fuggitivi, impersonando uno stato neutrale tipo la svizzera
La proiezione della felicità col sole
è il gelato pipa.
Essenziale, algido, sintetico.
O Eldorado, forse.
Io lo acquistavo nell’ottantatre
governo Fanfani, scudetto alla Roma
lo acquistavo e lo succhiavo dalla fessuretta del manico
ma solo alla fine
quando si era sciolto il rimasuglio
e suggendo facevo fiù
con la bocca.
Ero spensierato e felice nell’ottantatre
governo Fanfani, scudetto alla Roma
e mi compravo il gelato pipa
la mattina quando giocavo o nel primo pomeriggio, quando giocavo
sotto all’albero di albicocche
mi compravo il gelato pipa
con i soldi sottratti alla camorra
da mia madre
che li metteva nel borsellino.
Li sottraeva alla camorra sfuggendo all’agguato dei portoricani della banda di Marques
e li metteva nel borsellino.
Poi li dava a me
che ci compravo il gelato pipa.
Io però non lo dovevo sapere da dove venivano quei soldi pericolosi sporchi di sangue.
Infatti sicuramente mi faceva firmare un foglio con scritto
che non avrei saputo da dove venivano quei soldi maledetti del borsellino.
E poi mi faceva disattivare la memoria di quella cosa
praticandomi un’iniezione nelle chiappe
per non mettermi in pericolo
nei confronti dei camorristi di Salvatore Zarimma detto “o’ pisciataro”.
Quando mangiavo il gelato pipa
toglievo il coperchio a cappellino
e col cucchiaino scavavo piano per farmelo durare
madonna santissima quant’ero spensierato
col gelato pipa in mano, nell’ottantatre
a sapere che avevo firmato quel foglio.
*Poesia nella quale il poeta si reca in villeggiatura presso i palazzoni razionali di Berlino Est, sul lungomare di Berlino Est
Io non uso pantofole chiuse
perché so che in fondo vanno a perdersi le briciole
non uso pantofole chiuse per difendermi il piede
appena alzato, assonnato, paffuto
un piede sbattente l’alluce contro uno sfruguglìo di briciole indecenti
e non vado nei mari pericolosi
quelli che non si vede il fondo
o che si vede
ma sotto non c’è la sabbia piatta, ma rocce, pietre
verdura
perché ho sempre il timore che da dietro quelle cose misteriose
escano fuori animali mollicci
dentati magari
roba naturale
in grado di fare cose per le quali la natura le ha insegnate
pungere mordere ungere schifare
uso le ciabatte estive anche d’inverno
quelle da mare, di gomma dura
aperte davanti e dietro
dominabili con uno sguardo fin nelle fessure
e faccio il bagno nel mare con il fondo piatto, di sabbia
con il fondo che si vede da sopra al pelo dell’acqua
si vede ma è come se non ci fosse perché è uguale sempre
piatto e sabbioso, senza possibilità diverse
ciottoli con dietro creature, meduse celate, sgorbi
faccio il bagno in un mare sovietico
illiberale, giusto
anche senza ciabatte
a piedi nudi, interi, non sbriciolati
e posso concentrarmi sull’acqua
l’acqua che è il mare.
E con gli sgorbi misteriosi, se vi piace
parlateci voi.