*Poesia nalla quale il poeta si rifugia nel misterioso nero del suo di là
A parte questo
non ho paura di niente
l’uomo nero, no
la morte, no
la peste medievale, no
i ragni, anche pelosi, no
il buio, sì
ma d’altra parte Leopardi aveva paura dei sottomarini.
Della solitudine, no
anzi della solitudine ho il contrario di paura
qual è il contrario di paura?
Paura, sostantivo femminile, contrari: serenità, tranquillità, calma, coraggio, audacia
Coraggio?
Ho coraggio della solitudine
ho l’audacia della solitudine
e la tranquillità dell’uomo nero
ma del buio no
nemmeno se sono solo, al buio
perché nel buio le librerie confinano con l’ignoto
i grandi non hanno paura del buio perché sono pazzi,
quelle stesse librerie che normalmente confinano con l’armadio
ecco, al buio confinano con i lupi siberiani, con l’adolescenza e i cani, con le seppie e piselli
ma, soprattutto, col buio
l’infelicità del piede che sbatte
sta tutta nella delusione
pochissimo nell’alluce
le cose che succedono al buio nessuno le sa
la mamma, nemmeno la mamma, le sa
figuriamoci il dio degli eserciti
le librerie forse sì, ma come cazzo ci parli con le librerie?
Le librerie non hanno paura del buio perché sono pazze.
Vorrei confinare con un armadio
o un mare Adriatico
vorrei essere come la Slovenia, per una volta
e avere un profilo geografico certo
un altrove declinante a sud ovest
una forma accettabile
conosciuta, senza alluci sporgenti né progetti confusi
che se spegni la luce confini lo stesso
col domani Adriatico, il male Tirreno, il dopo stampato
sul mappamondo
la morte fissata tra Pula e Rovigno
avrei il coraggio di Pula e Rovigno, e dell’Istria tutta
ma non è così,
non è così
chiudi gli occhi e c’è il buio
ti ci metti le mani davanti e c’è il buio
pensi e c’è il buio
mangi le seppie e c’è il buio
gli alluci sono già pronti a partire per guerre tremende
il mondo finisce
uccidetemi adesso
appena finita questa poesia
sparatemi, davvero
sparatemi a morte
non ho mica paura
e nemmeno dei ragni, dei grilli, dei lupi,
ma di tutto quello spazio tra La Spezia e Piacenza, senza autostrade, senza i pallini delle città,
di quell’ignoto incresparsi orografico che mi resta da vivere
del buio, angoscia geografica, sì
io ho paura di dove confino, di dove finisco
di non parlare la vostra lingua
del buio
ma d’altra parte Leopardi aveva paura dei sottomarini.
*Poesia nella quale il poeta viene ammazzato fuori campo
Ho fatto un sogno
ho fatto un sogno, ma io non c’ero
evidentemente, ho fatto un sogno
tuo.
C’eri tu, nel sogno, c’era confusione,
poi non ricordo proprio bene
quando nel sogno non ci sei
non si capisce tutto tutto.
Mi dirai:
ma eri come una voce narrante che vede da fuori
ma non può intervenire, o uno spettatore come quando vedi un film?
No, io non c’ero proprio
non vedevo, non sentivo, soprattutto non capivo.
In effetti non so niente di quel tuo sogno
so solo che l’ho sognato io
tu eri dentro e io ero fuori
come quando ti hanno ucciso, sparato, accoltelato
tu non lo sai che ti hanno ucciso
perché sei morto,
ma intanto
come un ricordo o un sogno bello,
come un coglione, intanto
muori.
C’è un cane
c’è un uomo
c’è un sole esplosivo
c’è tanto chiarore che quasi si muore
il cane si muove
nervoso
sull’uomo
gli sbava col muso
sul piede
l’uomo si accascia
gli tocca la testa
il sole si stacca dal piano perfetto
dell’orizzonte
e si imprime sugli occhi del cane
che abbaia
l’uomo
si svita la testa e la getta per terra
il cane l’annusa, ci gioca, la lecca
l’uomo si specchia sul bianco del sole
nel buco del collo col sangue lucente
il cane riflette
sul senso degli occhi
che guardano fissi
come se solo coi raggi riflessi
potessero avere due tacche residue
di batteria
la follia della testa attaccata sul collo
si nota perfetta ala fine del giorno
quando negli occhi riflette soltanto
la luce apparente del bar dei cinesi
appesi alla testa
due occhi sfibrati ripieni di niente
di liquido denso
di luce rubata
di immagini estorte alla vita mangiata
di fretta
il cane si stanca
ti butta la testa su un angolo scuro
e riflette sul senso volgare e offensivo
di un gioco, una palla, che lanci sul muro
e non torna
da sé.
*Poesia nella quale il poeta sfugge con destrezza ai servizi sociali e si getta nel mattatoio comunale di Islamabad.
Prendi una mucca
tagliala in parti uguali
in triangoli equilateri
ciascuno con i lati di 28cm
prendi i pezzi di mucca triangolari
uno per volta
e spalmaci una passata abbondante di vernidas
no scherzavo
lascia la mucca
la mucca non è responsabile del male del mondo
il responsabile unico del male del mondo è:
l’applausometro.
E poi, staccata di sei punti, Gabriella Carlucci.
Da quando è arrivato novembre
mi annoio tantissimo
tra sei anni e mezzo sarà il mio compleanno
e non conosco ancora i rudimenti
della pastorizia acrobatica di sostentamento.
Prendi una mucca
ci ho ripensato
ho voglia di mucca
ho una voglia di mucca sul collo
tuo
e io non so come spiegarle
il meccanismo violento di sopraffazione della bistecca.
L’amore è un processo di macellazione rituale
gli innamorati devono essere coscienti al momento dell’uccisione
che deve essere procurata recidendo la trachea e l’esofago
e sopravvenire per il dissanguamento completo
delle carcasse
oppure
dando un nome alle cose
per desaturazione completa dell’aria, del vapore circostante
e tutto ciò che ci manca
per costruire una mucca gigantesca
è già tutto contenuto in un comunissimo kebàb.
*Poesia nella quale il poeta si arma di tutto punto e vendica il bene di vivere
Il poeta
bada bene
aggettivante censore escavatrice umana di weltanschauung supposta
torre di controllo gnoseologica testimone e martire del grave in movimento
il poeta
bada bene
se tu insisti a trasformare le cose che lui,
in quanto poeta, e in piena libertà e coscienza,
scrive
se tu vai avanti a trasformare queste cose, che sono cose semplici, pure, piccolissime,
in arditi simboli e metafore complesse:
occhi uguale pensieri
bacio uguale amore
amore uguale non amore
tabacco uguale male di vivere
vino uguale male di vivere
droga nera uguale sempre male di vivere ma con risentimento verso una donna
lui, il poeta
si rompe il cazzo
come e più di te, quando ti usano violenza sulla testa
e questa cosa è pericolosa
una di quelle cose da considerare attentamente
e sai perché?
Perché il poeta
ha le conoscenze, e la tecnologia,
per costruire la bomba atomica
come e più dell’iràn.
Ah ah, già.
Ridi stocazzo.
Il poeta
se decide di distruggere il mondo
oh dedalo esegetico appercettivo scagliato da demiurgo cognitivo grosso
il poeta
se decide di sterminare l’umanità e gli animali e le piante
caccia la sua bomba atomica
inserisce la password che solo lui ha
schiaccia il bottone rosso
e
bum strabùm bam tabùm sfrà
Salva con nome.
*Poesia nella quale il poeta fa la spremuta col frutto del suo seno, gesù
Non siamo niente
non siamo una cosa
che si possa guardare
da fuori
e ammirare
nemmeno un ricordo
di qualcuno che parte
e si appoggia
a una fronte, un bancone
per ricordare
qualcosa
di forte
siamo accaduti
successi
avvenuti
un pallino in grassetto
festivo
su un’agenda in omaggio di una banca rurale di credito cooperativo
siamo stati questione di tempo, di spazio, di ingombro,
di battito e cura
una casa di vento
non siamo più niente
una sega
ignoro il nome che adesso ci lega
una pietra
se siamo
ecco, siamo una pietra
esiste un essere vivente più disperato
di una mela?
una pianta, un pianto, un pianto una sera
un pomodoro dentro a una serra
la prego signorina lo dica al microfono
chi ha perso
quest’uomo
su questa cazzo di terra?
*Poesia nella quale il poeta assolve ad alcuni bisogni primari utilizzando Maurizio Mannone come stimolo
Ho fame di te,
e ho sete,
ho sonno di te,
certe sere dopo linea notte di rai3,
ho fare cacca di te.
*Poesia nella quale il poeta si smembra per occupare, proporzionalmente, più spazio.
Dammi la mano
scappiamo lontano
prendiamo l’autobus e andiamo al mare
un mare con dentro i pesci maiali
che fanno l’amore con le lische intrecciate
e poi si sucidano per farci mangiare
dei pesci maiali si butta ogni cosa
rimangono solo le lische intrecciate
si seccano al sole e si fanno guardare
per farsi vedere strafatti d’amore
andiamo a sdraiarci nei cimiteri
a vedere le facce dei morti contenti
a capire se pensano ancora ai (pesci) maiali
o se ridono sollo della gioia dei vermi
dammi una mano
uccidimi piano
tagliami a pezzi e mettimi in borsa
portami al fiume a guardare le rane
lasciami al sole per farmi abbronzare
prendi i miei pezzi
e rifammi migliore
poi butta tutto
e lasciami stare
non so nenanche nuotare, al mare non so se ci posso venire
prendi la mano
e scappa lontano
mettila in tasca e tienila stretta
portala al mare, nei cimiteri,
portala sempre a guardare
le rane.
*Poesia nella quale il poeta va dal fabbro e si fa costruire un forchettone di ferro battuto, per farci, dice lui, una mangiatona di animalazzi polposi
Non riesco a mangiare le cose con le mani
vorrei prendere il cosciotto di bestia e sbranarlo
avido di colante animale
invece no
devo mangiarlo con la forchetta e il coltello
a distanza
ho dovuto inventare una serie di procedure,
tipo per aprire le mazzancolle
le seziono dalla schiena e faccio perno col coltello
se uno mi vede pensa questo è snob, schizzinoso
no uno, non hai capito una fava
così come non riesco a camminare a piedi nudi sull’erba
né a entrare nell’acqua se non vedo il fondo
o a parlare, a bocca, agli esseri umani sconosciuti
mi serve sempre uno strumento intermedio
un’intercapedine, uno stato cuscinetto
e così
quando ti tengo là
a distanza
e ti giro con la forchetta
non è che non ho fame
è solo che sto cercando il punto esatto
nella tua schiena
per fare perno.
*Poesia nella quale il poeta interroga gli alunni ascopo di vessazione
Segnati tutto
le cose che dico, le cose che faccio
le cose che penso, le cose che mangio
scriviti tutto su un blocchetto
duecentosei pagine
scritte in piccolo
un blocchetto coi fogli incollati
sul dorso
che se tiri di più si staccano a pezzi
si spezzano a mezzo
come un mattone
e tu staccali, spezzali
facci cartacce
lasciali in giro come ciuffi di polvere
lascia che gli altri li prendano a calci
e quando hai finito tutto il blocchetto
chiudi gli occhi, concentrati bene
e poi amami a mente
quello che ti ricordi
e se non ti ricordi
mi prendi da parte e mi dici
guarda, questa la so, solo che adesso ho un vuoto di mente
io ti boccio, ti strillo,
ti dico vergogna,
e poi dopo
ripeti l’anno
ti do un nuovo blocchetto
per farti annotare
le cose che faccio, le cose che dico
le cose che spando, le cose che spacco
ma tu, vai tranquilla,
amami a mente
secchiona di merda
tanto lo sai che alla fine
ti boccio.